Valerio Varesi

vvaresiDopo la parentesi rappresentata da La Sentenza e Il rivoluzionario torna protagonista il Commissario Soneri che però sembra raccoglierne il filo dei pensieri e proseguirne il ragionamento portandolo nel nostro tempo. È solo una mia sensazione?
«È esattamente così. Coi gialli indago l’attualità, ciò che accade nel presente, mentre coi libri “storico-politici” guardo al nostro passato prossimo per capire quel che ci ha condotto fin qui. In fondo è un metodo che userebbe anche Soneri di fronte a un mistero: risalirebbe a monte. Io scandaglio il pregresso alla ricerca dei fili conduttori che ci portano all’oggi. Perché siamo finiti dentro questo “buco nero” di una crisi più grave di quella del 1929? Nel cambiamento degli anni ’80, descritto ne “Il rivoluzionario”, c’è una possibile risposta».

Mentre si assiste a gialli in cui le indagini si riducono a pura scienza con strumenti avanguardistici e per certi versi fantascientifici, nei tuoi romanzi le indagini sono “umanizzate” e la ricerca genetica appare secondaria rispetto a quella sociologica. Come sostiene Nanetti, il commissario Soneri è un po’ filosofo: c’è ancora spazio per la filosofia, l’intuito e il caso nella normale prassi poliziesca?
«Secondo me sì, eccome! Gli stessi inquirenti sono ben consci che nessuna indagine può approdare a risultati concreti se non ha alla base un’idea investigativa che la conduca. Lo stesso ex responsabile dei Ris di Parma, il generale Luciano Garofano, uomo raffinato e sagace investigatore, ne è convinto fino in fondo. Le indagini biologiche e gli strumenti più raffinati della scienza non risolvono mai da soli i casi. Possono suffragare una tesi e costituire una prova, ma solo se li sorregge una idea di base su come possa aver agito l’assassino o sulle motivazioni che possono averlo spinto a uccidere. Ecco perché, un “umanista” come Soneri riesce, con l’intuito, a trovare la strada per arrivare a immaginare l’agire di chi pratica il male. Non dimentichiamoci che quest’ultimo alligna in ogni individuo».

La Parma e gli appennini che emergono nei tuoi romanzi sono poetici e la nebbia contribuisce a regalargli una dimensione onirica entro cui ci si muove “a naso” seguendo spesso profumi e aromi della cucina tradizionale. Qual’è il tuo rapporto con il territorio? Come lo vivi? Ma soprattutto, Alceste dove lo troviamo?
«Il paesaggio è per me un protagonista principale dei miei libri. Non solo per la bellezza in sé che racchiude, sia che si tratti della riva del Po, che dell’Appennino o del contorno urbano di Parma, ma altresì perché è quasi sempre il correlato oggettivo dello stato d’animo di Soneri. La nebbia come metafora della condizione esistenziale, come limite fisico che costringe a immaginare. Non è un caso che la gente rivierasca del grande fiume sia anche visionaria, dal Folengo all’Ariosto, fino a Guareschi, Bevilacqua e Zavattini. Il territorio entra quindi a piè pari nei romanzi e il cibo è un elemento che connota l’appartenenza di Soneri a quel mondo come un animale al suo habitat. Il cibo non semplicemente per la sua palatabilità, ma come cultura espressa alla base della sua produzione. Se però cercate “Il Milord” non lo troverete: è una sintesi di tanti locali, perlopiù osterie e trattorie, della zona parmense».

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