Annamaria Piccione

annamaria_piccioneIn “Chi ha paura dell’uomo nero” si cerca di sconfiggere una paura antica, quando l’uomo nero serviva da deterrente per i bambini “monelli”. Con immagini e parole ben studiate ci comunichi un messaggio importante: i pregiudizi portano a valutazioni sbagliate e precludono molte strade. Come hanno risposto i bambini alla visione di un uomo nero “colorato”?
I bambini amano le novità, soprattutto se servono a sconfiggere le loro paure. Un errore che spesso si commette con i più piccoli è considerarli gli abitanti di un mondo incantato, pieno di pensieri positivi e colori pastello. Nulla di più falso, angosce e incubi sono una caratteristica peculiare della prima età, e trascurarli o minimizzarli è una grave mancanza da parte degli adulti. Una volta, in una scuola materna, feci un sondaggio tra i bambini per scoprirne le paure e ottenni dei risultati inaspettati e strabilianti: un bambino mi confessò ad esempio di avere paura di Babbo Natale perché si intrufolava nelle case di nascosto, mentre un altro mi rivelò che non mangiava il formaggio perché secondo lui nei buchi si nascondevano dei mostri. L’Uomo Nero era poi uno spauracchio comune, nonostante io pensassi appartenesse al passato. Così decisi di colorarlo, dimostrando ai bambini che le paure sono spesso una nostra costruzione, derivante da pregiudizi e ignoranza. Questo non significa che non bisogna mai avere paura, ma che è importante valutare, riflettere e soprattutto distinguere il coraggio dall’imprudenza.

Ne “Il ritorno di cappuccetto Rosso” c’è un capovolgimento della storia. Il lupo ritorna perché c’è una bambina molto curiosa che lo vuole vedere. Anche il lupo cattivo è un personaggio simbolo delle più antiche paure. E adesso si cerca di convincere i bambini che ci sono anche lupi buoni e che è meglio avere un lupo per amico. Da cosa nasce questa esigenza di riabilitare i vecchi personaggi da paura?
Da piccola consideravo la favola di Cappuccetto Rosso profondamente ingiusta. Intanto perché consideravo la mamma la vera responsabile della faccenda, visto che aveva mandato la bambina da sola in mezzo ai pericoli. “Perché non la portava lei la torta alla nonna se ci teneva tanto?” era la mia domanda di rito, alla quale, ancora oggi, non ho dato risposta. Inoltre i lupi mi erano (e mi sono) simpatici, non mi piaceva che fossero ogni volta identificati col cattivo di turno, e cercavo sempre di convincere il mio interlocutore che la storia fosse tutta sbagliata. Capovolgere, dubitare, cercare continuamente nuove risposte e non accontentarmi mai di quello che afferma il “buon senso comune”: questa la mia filosofia di vita. L’apparenza, in quanto tale, inganna e dietro le certezze granitiche spesso si nasconde solo l’intolleranza. C’è una frase, in uno dei miei primi libri, oggi esaurito, in cui mi riconosco: “le cose non sono mai come sembrano e quel che vedi non sempre è ciò che è”.

Nelle favole classiche l’uomo nero e il lupo cattivo hanno sempre la peggio, mentre nella vita non va sempre così. Affinché il bene vinca sul male è necessario formare coscienze che abbiano ben presente cosa sia il bene. In questo senso le favole dedicate a Peppino Impastato e Don Puglisi potrebbero essere un ottimo esempio. Come hai maturato la decisione di scriverle e come hai scelto i personaggi tra i molti esempi? Ci puoi anticipare se ci sarà un altro personaggio che racconterai in questa collana I grandi per i piccoli?
Sono siciliana e la parola mafia è tra quelle che odio di più. È un cancro che ha rovinato la mia terra, la sua bellezza e persino la sua reputazione, come se su noi siciliani fosse impresso un marchio indelebile. Per questo ho deciso di parlare di illegalità ai più piccoli raccontando coloro che l’hanno combattuta e trasformandoli in protagonisti di storie fantastiche, tra gatti, pesci e creature speciali. Crescendo i bambini si imbatteranno di nuovo in questi nomi, ma li hanno già conosciuti, rispettati e amati. Sono convinta – e cerco di trasmetterlo ai bambini – che la mafia non vincerà se tutti noi saremo uniti nel combatterla, nel nome di chi ci ha indicato la strada sacrificando la propria vita per costruire una società più giusta. Amo Don Pino Puglisi proprio perché scelse come interlocutori principali i giovani, mentre Peppino Impastato è uno dei miei esempi di vita, grazie al suo coraggio di dire “no”. Il prossimo “grande”, su cui sto lavorando in questo momento, è il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, una figura nobile e generosa, che fece dell’onestà il fulcro della propria esistenza. Onestà: non se ne parla mai abbastanza.

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